UMBERTO GALIMBERTI – UNA FINE SERENA E’ POSSIBILE

Pubblicato: 25 agosto 2013 in Filosofia / Religione

1

Dalla rubrica di D-Repubblica “LETTERE: Risponde Umberto galimberti”

Ma occorre ribaltare il dibattito tra atei e credenti: ritornando ai greci antichi

UNA FINE SERENA E` POSSIBILE 

La recente morte di Margherita Hack (ma la stessa cosa si potrebbe dire per Rita Levi-Montalcini o per le opinioni di Umberto Veronesi), mi ha fatto tornare in mente le domande e i tormenti  di sempre.

Non sono un vero credente, ma neppure un non-credente. Sono distante dai devoti, come pure dagli atei. Sono, insomma, un uomo che dei suoi dubbi e tormenti ha fatto un punto di forza per alimentare la ricerca e soprattutto la speranza. Perché, come diceva Platone: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”.  La vita è fatta di tragicità e drammaticità, se non disperazione, per cui l’idea dell'”ateo sereno” mi è del tutto estranea e totalmente incomprensibile, quasi un ossimoro ontologico. Forse sono stato deviato dai miei riferimenti letterari (Ivan Karamazov), ma davvero l’ateo giulivo non riesco a concepirlo.

Di fronte all’ineluttabilità del male, del dolore, dell’ingiustizia, come può chi ha rinunciato alla Speranza del Mistero, sorridere serenamente? Di fronte a uno spettacolo così desolante, una persona senza alcuna aspettativa, se dotata di coscienza e sensibilità, dovrebbe arrivare alle estreme conseguenze: auspicare la scomparsa della vita e del pianeta terra, nonché la propria fine al più presto.

Come scriveva Gesualdo Bufalino: “Non esiste morte naturale. Ogni morte è un assassinio, e se non si grida è perché non si è vissuto”.

Alessandro Alessandrini

——————————————————————————

RISPONDE Umberto Galimberti

Per capire quello che lei chiama l'”ateo sereno” bisogna andare oltre la distinzione tra credenti e atei, che non sono veramente contrapposti, perché entrambi si muovono nel cerchio chiuso in cui si discute se Dio esiste o non esiste. E neppure bisogna rifugiarsi nella schiera degli agnostici, che sono semplicemente quelli che non sanno prendere posizione. Per comprendere l’esperienza di una morte serena occorre uscire dalla tradizione giudaico-cristiana (dove si muovono credenti, atei e agnostici) e tornare alla cultura greca, che, proprio sul problema della morte, ha perso la partita con la cultura cristiana. 

A differenza dei cristiani, infatti, i Greci ritenevano che l’uomo non è al vertice dell’ordine naturale, con tutti i viventi a lui subordinati, ma, al pari di tutti i viventi, appartiene alla natura, da loro pensata come “quello sfondo immutabile, regolato dalla legge della necessità, che nessun uomo e nessun dio fece” (Eraclito).

Per questo, pur avendo due nomi: ánthropos e anér per dire “uomo”, non li utilizzavano quasi mai, preferendo i termini brotós all’epoca di Omero e thnetós all’epoca di Platone, che significano “mortale”.

I Greci prendono sul serio la morte e non si concedono quelle che Eschilo chiama “cieche speranze (týphlàs elpídas)”. Qui sta l’essenza tragica della cultura greca, secondo la quale l’uomo per vivere è costretto a costruire un senso, in vista della morte che è l’implosione di ogni senso.

Per i Greci la contrapposizione non è tra la vita e la morte, come nella concezione cristiana, secondo la quale, dopo la resurrezione di Cristo, San Paolo può dire: “O morte dov’è la tua vittoria, dov’è il tuo pungiglione?” (1 Cor. 15,55), ma tra la vita della natura, che per la sua economia esige la morte dei singoli individui, e la vita degli individui, che rifiutandosi di consegnarsi alla morte cercano di allontanarla con il sapere e la conoscenza (máthesis). E di dominare il dolore con la virtù (areté), intesa come forza e coraggio di vivere. Per il greco antico, infatti, non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché fondamentalmente si deve morire. E perciò, quando la natura ti concede la vita, espandila più che puoi, e quando sopraggiunge il dolore reggilo e astieniti dal metterlo in scena (substine et abstine).

Promettendo una vita oltre la morte (Nietzsche ne parla come del “colpo di genio del cristianesimo”), la cultura cristiana supera la dimensione tragica della grecità e vince la sua partita nella storia, senza tuttavia convincere i Greci, che, quando ascoltano San Paolo che nell’Areopago di Atene annuncia la resurrezione dei morti: “Alcuni risero, altri dissero: questa storia ce la vieni a raccontare un’altra volta” (Atti degli Apostoli 17, 31-32).

Per morire serenamente non è interessante essere atei o agnostici, ma aver interiorizzato la cultura greca, secondo la quale i singoli individui non sfuggono alla legge della natura, che nella sua crudeltà innocente esige per la sua economia la morte delle singole esistenze. E chi ha dedicato la sua vita alla conoscenza della natura, come le persone da lei citate nella sua lettera, queste cose le sa e muore serenamente.Ma occorre ribaltare il dibattito tra atei e credenti: ritornando ai greci.

Umberto Galimberti

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...