Ovidio – Amori

Pubblicato: 3 novembre 2011 in Amore / Sensibilità

Libro Secondo

Io, Nasone, poeta della mia dissolutezza, nato nell’umida terra dei Peligni, ho composto anche questo libro; anche questo me lo ha imposto Amore; e voi, moralisti, statevene lontano, lontano da qui: non siete ascoltatori adatti ai miei molli ritmi. Leggano i miei carmi una fanciulla appassionata alla presenza del fidanzato e un ragazzo inesperto, appena colpito dall’amore per lui sconosciuto; e qualche giovane, ferito da quel medesimo arco che ora ha ferito me, riconosca i sintomi che rivelano la passione e rimasto a lungo stupito dica: Per suggerimento di chi questo poeta ha potuto mettere in versi le mie vicende? Io avevo osato, mi ricordo, cantare le guerre degli dèi e Gige dalle cento mani (e avevo ispirazione sufficiente) e il tempo in cui la Terra si vendicò duramente e il ripido Ossa, sovrapposto all’Olimpo, sopportò il peso dello scosceso Pelio: avevo tra le mani i nembi, Giove e il fulmine che egli avrebbe opportunamente scagliato per difendere il suo cielo. Ma la mia donna mi chiuse la porta: allora io lasciai perdere Giove e il suo fulmine; perfino Giove venne meno alla mia ispirazione. Perdonami, Giove: le tue armi non mi erano di alcun aiuto; la porta chiusa possiede un fulmine più potente del tuo. Ripresi allora le mie armi, le morbide e tenui elegie: le dolci parole intenerirono i crudeli battenti. I carmi hanno il magico potere di far scendere verso di noi i corni della luna rossa di sangue e di richiamare durante la corsa i bianchi cavalli del sole; i carmi riducono i serpenti in pezzi con le fauci squarciate e rinviano alla sorgente le acque correnti; alla magia dei carmi hanno ceduto anche i battenti e dai carmi è stata vinta, benché fosse di quercia, perfino la spranga infilata nello stipite. Quanto mi potrebbe giovare l’aver cantato il veloce Achille? Che cosa potranno fare per me l’uno e l’altro Atride, e Ulisse, che trascorse vagando tanti anni quanti aveva perduto in guerra, e il misero Ettore trascinato dai cavalli tessalici? Ma dopo che ho spesso lodato la bellezza di una tenera fanciulla, è lei stessa a venire dal poeta, come premio per i suoi carmi. È questa una grande ricompensa: addio, dunque, nomi famosi d’eroi: i vostri favori non fanno per me; ma voi, giovani, volgete i bei visi a questi carmi, che il fulgido Amore mi viene dettando.

O Bagoo, che hai il compito di custodire la padrona, dammi ascolto mentre ti espongo poche, ma opportune, considerazioni. Ieri ho visto la mia donna che se ne andava a spasso sotto i portici nei quali è raffigurata la schiera delle Danaidi. Sùbito, d’istinto, le mandai un biglietto con delle proposte; ella con mano tremante mi rispose: Non è possibile e quando le chiesi perché non era possibile, mi spiegò che la tua vigilanza su di lei è troppo accurata. Se sei furbo, custode, dammi retta, smetti di conquistarti il suo odio: ognuno desidera la morte di colui che gli fa’ paura. Ma anche l’amante è poco furbo: perché infatti affaticarsi a custodire quel che non si consuma affatto, anche se non lo custodisci? Ma quel pazzo si comporti pure come lo spinge a fare il suo amore e continui a credere che sia casto quel che piace a molti; tu però per tua generosità concedi a lei di nascosto una certa libertà, perché poi lei restituisca a te quella che tu hai concesso a lei. Vuoi esserle complice? La padrona diventerà soggetta al suo schiavo; hai paura di esserle complice? Puoi sempre far finta di nulla. Leggerà una lettera per conto suo: tu fa’ conto che gliel’abbia inviata sua madre; verrà uno sconosciuto: dopo poco saprai chi è; andrà a far visita a un’amica malata, che in realtà sta benissimo: vada pure a farle visita; quella, per quanto ne sai tu, è malata. Se ritarderà, perché una lunga attesa non ti affatichi, puoi russare appoggiando la testa sul petto. Non domandarti quel che può accadere nel tempio di Iside, velata di lino, e non temere i curvi teatri. Il complice di una colpa segreta ne trarrà continui vantaggi: e poi esiste forse una fatica minore del silenzio? Egli diviene il favorito, può governare a suo piacimento la casa senza essere sferzato, è lui che detiene il potere; gli altri strisciano a terra, folla spregevole. Per lei vengono inventati vani pretesti perché rimangano nascosti i motivi veri; ed entrambi i padroni approvano quel che ella sola approva. L’amante dopo aver ben mostrato il viso corrucciato, dopo aver corrugato la fronte, finisce poi col fare quel che voleva la donna lusingatrice. Ma tuttavia talvolta attacchi lite anche con te e finga di piangere e ti chiami boia; tu, per contro, rinfàcciale colpe che ella possa controbattere con tutta tranquillità e sappi togliere credibilità alle colpe vere con accuse false. Così aumenterà sempre la tua rispettabilità, così aumenteranno i tuoi risparmi; fa’ come ti dico: in breve tempo sarai libero. Vedi le catene attorcigliate al collo delle spie? Un tetro carcere trattiene coloro nel cui animo non alberga la lealtà. Tàntalo, benché immerso nell’acqua, brama l’acqua e cerca di afferrare i frutti che gli sfuggono: questo gli ha procurato la sua lingua incapace di tacere; mentre custodiva troppo attentamente Io, il custode inviato da Giunone morì prima del tempo; Io è diventata dea. Ho visto con i miei occhi uno schiavo, dal quale un marito era stato a forza informato del tradimento della moglie, con le gambe piene dei lividi lasciati dai ceppi; punizione inferiore alla colpa: la sua lingua malefica recò danno a due persone; il marito fu addolorato, la donna fu danneggiata nella sua reputazione. Dammi retta, a nessun marito giungono gradite le accuse e, anche se le ascolta, non gli fanno piacere: o il suo amore è tiepido, e allora tu fai una inutile denuncia ad orecchie noncuranti; oppure egli è davvero innamorato, e allora per colpa tua diventa infelice.

La colpa poi, anche se evidente, non è facile da dimostrare: la donna si presenta protetta dal favore del suo stesso giudice. Anche se l’avrà vista di persona, egli le presterà ugualmente fede quando dirà che non è vero, e darà la colpa ai propri occhi e ingannerà se stesso; se poi dovesse scorgere le lacrime della padrona, piangerà anch’egli e dirà: Ne pagherà il fio questo pettegolo. Perché affronti un combattimento impari? Per te, dopo la sconfitta, son pronte le frustate, mentre ella se ne sta seduta in braccio al giudice. Non stiamo tramando un delitto, non ci uniamo per preparare velenose misture, nella nostra mano non risplende il bagliore di una spada sguainata; chiediamo solo di poterci amare tranquillamente con la tua complicità: che cosa può essere più inoffensivo delle nostre preghiere?

Povero me! A custodire la mia donna sei tu, che non sei né maschio né femmina, e non hai la possibilità di conoscere le scambievoli gioie di Venere. Chi per primo evirò i fanciulli avrebbe dovuto subire lui stesso la mutilazione che ha inferto. Tu saresti dolce e docile nell’accontentare chi ti rivolge preghiere, se già ti fossi acceso d’amore per una donna. Non sei nato per la vita equestre, non sei adatto alle armi valorose, né alla tua destra si addice l’asta di guerra. Di codeste cose si occupino i veri maschi; abbandona queste prospettive virili: tu devi marciare sotto le insegne della tua padrona. Colmala di servizi, e possa la sua riconoscenza giovarti; se lei ti venisse a mancare, quale sarebbe la tua funzione? Ella è anche bella, è nell’età fatta per i giuochi d’amore; la sua bellezza non merita di intristire in un malinconico abbandono. Benché tu sia ritenuto un tipo duro, avrebbe potuto ingannarti: la concorde volontà di due persone non manca di raggiungere lo scopo. Ma sarà più opportuno cercare di convincerti con le preghiere: ti preghiamo finché hai il tempo di bene impiegare i tuoi servizi.

Io non avrei il coraggio di difendere costumi disonesti e di impugnare armi ingannatrici in difesa delle mie colpe. Anzi, confesso, se confessare i peccati può in qualche modo giovare; ma ora, dopo la confessione, ricado come un insensato nelle mie colpe. Le odio, ma non riesco a non bramare quel che odio: ahimè, com’è pesante da portare quel che vorresti deporre a terra! Mi mancano le forze e l’autorità per governare me stesso; mi lascio trasportare, come una nave sospinta dall’onda impetuosa. Non esiste una bellezza ben definita che susciti in me l’amore, ma ci sono cento motivi perché io sia sempre innamorato. Se una tiene gli occhi modestamente abbassati verso terra, io brucio d’amore, ed è la sua riservatezza a farmi cadere nell’agguato; se una è provocante, mi conquista perché non è ingenua e mi fa’ sperare che saprà come muoversi su un morbido letto; se si è mostrata dura e seguace delle austere Sabine, io ritengo che sia piena di voglia, ma finga dal più profondo dell’animo; se sei colta, mi piaci perché possiedi doti rare; se sei inesperta, è la tua ingenuità a conquistarmi. C’è quella che definisce rozze le poesie di Callimaco rispetto alle mie: quella a cui piaccio, mi piace immediatamente; ma c’è anche quella che critica me come poeta e le mie poesie: benché mi critichi, avrei voglia di sentire su di me il peso della sua coscia. Avanza con passo flessuoso: i suoi movimenti mi conquistano; un’altra è rigida: al contatto con l’uomo potrà certo divenire più flessibile. A questa, siccome canta dolcemente e modula la voce con estrema facilità, io vorrei strappare dei baci mentre canta; quest’altra percorre le flebili corde con abili dita: chi potrebbe non amare mani tanto esperte? Quella mi piace per il portamento, perché sa muovere armoniosamente le braccia e piegare lascivamente il fianco delicato: ma non parliamo di me, che mi eccito per qualunque motivo: poni là un Ippolito, diventerà un Priapo. Tu, alta come sei, somigli alle antiche eroine e con quella statura puoi occupare il letto per intero; questa così piccolina è fatta per le carezze: io sono sedotto da entrambe; sia la alta che la piccolina corrispondono ai miei desideri. Se è priva di eleganza, io immagino quanto l’eleganza potrebbe aggiungere alla sua bellezza; se è elegante, vuol dire che sa mettere in mostra da sola le proprie qualità. La donna dal bianco incarnato mi conquisterà, mi conquisterà quella con la pelle dorata; ma l’amore è piacevole anche quando il colorito è bruno. Sono neri i capelli che cadono su un collo bianco come neve? Ebbene, proprio con i suoi capelli neri Leda attirava gli sguardi. I capelli sono biondi? L’Aurora era ammirata per i suoi capelli d’oro: il mio amore sa adattarsi a qualsiasi evenienza. La gioventù mi stuzzica, l’età più matura mi turba: la prima è superiore per l’avvenenza, l’altra per l’esperienza. Insomma, quelle donne che in un qualsiasi angolo di Roma destano l’ammirazione, il mio amore le vuole tutte per sé.

Nessun amore vale tanto (vattene lontano, Cupìdo, con la tua faretra) che così spesso io debba desiderare la morte con tutto il cuore. Desidero la morte ogni volta che, me misero, ripenso ai tuoi tradimenti, o donna nata solo per farmi del male. Non sono le lettere da me scoperte a svelarmi i tuoi misfatti, né i doni che ricevi di nascosto ad accusarti. Potessi io sempre incolparti, senza mai riuscire a dimostrarti colpevole! Me infelice, perché la mia è una causa già vinta? Beato chi ha l’ardire di difendere fino in fondo l’oggetto del suo amore, l’uomo a cui l’amante può dire: Non ho fatto nulla. È insensibile e seconda troppo il proprio dolore chi raggiunge una vittoria che gli costa sangue, dimostrando che l’imputata è colpevole. Io stesso, infelice, mentre tu credevi che dormissi, sobrio, pur avendo vicino la coppa, ho assistito ai vostri delitti: ho visto che vi dicevate molte cose col moto delle sopracciglia; i vostri cenni erano assai eloquenti. Anche i tuoi occhi parlavano; scriveste sulla tavola col vino e qualche lettera fu composta col muto alfabeto delle dita. Riconobbi il linguaggio che sa esprimere quel che non appare e le parole usate convenzionalmente per significare cose prestabilite. Numerosi convitati avevano ormai abbandonato la tavola; erano rimasti solo due giovani pieni di sonno: proprio allora vi vidi scambiarvi baci lascivi (erano evidentemente dati con la lingua), quali una sorella non avrebbe dato all’austero fratello, ma quali avrebbe dato una languida compagna all’amante appassionato; quali non si può credere che Diana dia a Febo, ma quali più volte Venere diede al suo Marte. Che fai? grido Dove sprechi gioie che sono mie? Rivendicherò i miei diritti di padrone. Sono gioie che dobbiamo condividere solo noi due: perché un terzo si inserisce per goderne? Io dissi questo e tutto ciò che mi dettava il dolore; ma il viso di lei si tinse del colpevole rossore della vergogna. Come si colora appena di rosso il cielo davanti alla moglie di Titone, o una fanciulla allo sguardo del promesso sposo; come risplendono le rose miste ai gigli, o la Luna quando si eclissa perché i cavalli si sono fermati per un incantesimo; o l’avorio dell’India che le donne di Meonia tingono perché non ingiallisca col trascorrere degli anni: così il suo incarnato era molto simile a uno di questi colori, e mai ella fu più bella. Aveva lo sguardo rivolto a terra: e volgere lo sguardo a terra le donava; era mesta in volto: e la mestizia le si addiceva. Così com’erano (ed erano ben pettinati) ebbi l’impulso di strapparle i capelli e di avventarmi contro le sue morbide guance; ma come vidi il suo viso, le forti braccia mi caddero: la mia donna fu ben difesa dalle sue armi. Io, che poc’anzi ero spietato, umilmente e spontaneamente la pregai di darmi baci non inferiori a quelli. Scoppiò a ridere e mi diede di cuore baci eccezionali, che avrebbero potuto far cadere dalle mani di Giove irato il fulmine a tre punte: sono in preda alla tormentosa angoscia che questi baci squisiti li abbia gustati quell’altro e vorrei almeno che non fossero stati così dolci. Questi poi erano molto più raffinati di quelli che le avevo insegnato e mi parve che avesse imparato qualcosa di nuovo. È un male che mi siano piaciuti troppo, che la tua lingua sia stata interamente accolta dalle mie labbra e la mia dalle tue. E tuttavia non per questo solo mi lamento, non mi dolgo soltanto di questi baci così appassionati, benché anche di essi mi dolga: essi non poterono essere appresi che a letto ed io non so chi sia il maestro così ben ricompensato.

Il pappagallo, l’uccello parlante proveniente dalle Indie Orientali, è morto: accorrete numerosi al suo funerale, o alati; accorrete, in volo pietoso, e percuotetevi il petto con le ali e graffiatevi le gote con le dure unghie; in mancanza dei capelli, strappatevi mestamente le piume irte, al posto della lunga tromba fate risuonare i vostri canti. Tu che piangi per il delitto dell’ismario Tèreo, Filomèla, codesto lamento nel tempo si è ormai placato; volgilo ora al triste compianto di quest’uccello raro: Iti è motivo di grande dolore, ma è un dolore ormai lontano. Voi tutti che librate il vostro volo nell’aria tersa esprimete il vostro dolore, ma soprattutto tu, tortora amica. Tutta la vita trascorse per voi in piena concordia e un’amicizia leale e duratura vi accompagnò fino all’ultimo. La tortora era per te, finché vi fu concesso, o pappagallo, quel che il giovane focese fu per l’argolico Oreste. Eppure a che ti giova questa fedeltà, a che l’eccezionale vivezza dei tuoi colori, a che la voce abile a pronunciare suoni diversi, a che l’esser piaciuto alla mia donna, non appena le fosti donato? Tu, ch’eri un vanto per gli uccelli, giaci dunque, infelice, senza vita. Nonostante la tua fragilità, con lo splendore delle tue piume riuscivi ad oscurare perfino gli smeraldi; il tuo becco purpureo aveva il colore rosso dello zafferano. Non ci fu mai sulla terra un uccello così abile nell’imitare la voce umana, tanto eri bravo nel ripetere le parole con quel tono strascicato. Una sorte maligna ti ha rapito: eppure non eri tu a suscitare guerre crudeli; ti piaceva chiacchierare e amavi la tranquillità della pace. Guarda: le quaglie vivono fra continue battaglie e, forse proprio per questo, riescono spesso a diventare vecchie! Bastava una briciola per saziarti; d’altronde il tuo desiderio di parlare era così grande che non avevi mai il becco libero per ricevere molto cibo. Il tuo cibo era una noce e qualche papavero soporifero, una goccia d’acqua bastava a placare la tua sete. Vive il vorace avvoltoio e vive lo sparviero, che descrive i suoi cerchi nell’aria, e la gracchia, che chiama la pioggia; e vive la cornacchia, odiosa a Minerva guerriera, anzi essa a stento muore quando siano trascorse nove generazioni. E invece l’eco della voce umana, il pappagallo ciarliero, portato in dono dagli estremi confini del mondo, è morto. Sono quasi sempre le cose più belle a venir rapite per prime dalle avide mani della morte, mentre le peggiori compiono per intero il proprio corso: Tersite poté assistere ai mesti funerali di Protesilao ed Ettore era ormai cenere mentre i suoi fratelli vivevano ancora. A che narrarti le pietose preghiere innalzate per te dalla trepida padrona, preghiere che un vento di tempesta disperse per il mare? Giunse il settimo giorno, che non avrebbe avuto un domani, e ormai la Parca era rimasta senza filo per la tua conocchia; eppure le parole non cessarono nel tuo becco ormai privo di forze; morendo gridasti: Addio, Corinna. Alle pendici del colle Elisio vi è un bosco di elci dalle foglie scure e l’umida terra verdeggia di erbe perenni. Se si può prestar fede a un’oscura leggenda, quel luogo è riservato agli uccelli buoni ed è interdetto a quelli di malaugurio: laggiù, in quell’ampia distesa, vivono i tranquilli cigni, e l’immortale fenice, di cui non esiste l’uguale; anche il pavone, caro a Giunone, dispiega le sue penne e la dolce colomba dona baci al suo maschio ardente. Accolto tra questi buoni uccelli nella boscosa dimora, il pappagallo attira la loro attenzione, perché parla. Un tumulo ricopre le sue ossa, un tumulo grande come il suo piccolo corpo; e sulla piccola lapide una breve iscrizione:

DA QUESTA STESSA TOMBA SI PUÒ COMPRENDERE CHE FUI CARO ALLA PADRONA. SAPEVO PARLARE MEGLIO DI QUANTO SIANO CAPACI DI FARE GLI UCCELLI

Dovrò dunque sopportare di essere accusato di colpe sempre nuove? Benché sia io ad uscirne vincitore, mi dispiace di aver dovuto battagliare tante volte. Se nel teatro, adorno di statue marmoree, io volgo lo sguardo verso i posti più alti, tu scegli fra le molte spettatrici una rivale di cui dolerti; se poi è una donna che ingenuamente mi guarda senza parlare, sul suo viso tu cogli muti cenni d’intesa; se ho lodato qualcuna, ti avventi con le unghie sui miei poveri capelli, se la critico, pensi che io voglia nascondere una colpa; se ho un bel colorito, dici che non nutro alcun interesse per te, se invece sono pallido, è perché, tu dici, mi consumo d’amore per un’altra. Io vorrei avere sulla coscienza un peccato: chi l’ha meritato sopporta il castigo con animo rassegnato. Ma tu mi accusi alla cieca e, credendo a tutto senza motivo, togli tu stessa valore alla tua collera: pensa all’asinello dalle lunghe orecchie e dal triste destino: benché sferzato di continuo procede lentamente. Ecco il mio ultimo delitto: tu rimproveri a Cipàsside, tanto abile nel pettinarti, di aver contaminato con me il letto della padrona. Se mi venisse la brama di tradirti, gli dèi mi salvino dal desiderare un’amante volgare di condizione servile! Quale uomo di condizione libera vorrebbe intrecciare una relazione amorosa con una servetta e stringere tra le braccia un corpo segnato dalle sferzate? Inoltre ella ha l’incarico di acconciarti i capelli e, grazie alle sue abili mani, è una tua favorita: sarei andato a cercare proprio un’ancella che sapevo esserti devota? Che cosa avrei ottenuto se non di essere respinto e, per di più, denunziato? Ti giuro su Venere e sull’arco dell’alato Cupìdo di non essere colpevole del delitto di cui mi accusi.

O Cipàsside, abilissima nell’acconciare i capelli in mille fogge, ma degna di pettinare soltanto le dee, Cipàsside, che io ho conosciuto non inesperta in un dolce furto d’amore, adatta sì alla padrona, ma certo… più adatta a me, chi è stato di noi due a svelare la nostra relazione? Da chi Corinna ha saputo delle tue effusioni? Forse sono stato io ad arrossire?

Forse mi sono lasciato sfuggire qualche parola rivelatrice sul nostro amore furtivo? Come è possibile, se ho sostenuto che chi si mette con un’ancella non è sano di mente? (Eppure il tessalo eroe arse d’amore per Briseide, la sua bella schiava; la sacerdotessa di Febo fu amata dal re di Micene, di cui era prigioniera: ed io non son certo più grande di Agamennone, né più grande di Achille; perché dovrei giudicare sconveniente per me ciò che non tolse decoro a dei sovrani?) Però quando fissò su di te i suoi occhi pieni di collera, io vidi le tue guance divenire di porpora. Oh quanto fui più pronto invece io, se ben ti ricordi, a giurare solennemente in nome di Venere! (Tu, o dea, tu comanda che il tiepido soffio del vento si porti quei candidi spergiuri sul mare di Scàrpanto.) Come dolce premio per questa mia azione concedimi oggi, o bruna Cipàsside, le tue grazie. Perché ti rifiuti, ingrata, e fingi nuovi timori? A te è sufficiente acquistare meriti presso uno solo dei padroni. Se poi, da sciocca, dici di no, sarò io stesso a rivelare il passato e a denunciare la mia colpa e racconterò alla padrona dove, quante volte e in che modo ho fatto l’amore con te, o Cipàsside.

O Cupìdo che non attenui mai la tua collera contro di me, o fanciullo che ti attardi nel mio cuore, perché io, che ho sempre militato sotto la tua bandiera, vengo colpito e ferito nel mio stesso accampamento? Perché la tua fiaccola brucia gli amici, le tue frecce li bersagliano? Ti avrebbe procurato maggior gloria vincere chi opponeva resistenza. E che? L’emonio Achille, dopo averlo trafitto con la lancia, non medicava sùbito dopo colui che aveva ferito? Il cacciatore insegue la preda che fugge, ma disdegna quella già catturata e va sempre in cerca di nuova selvaggina. E invece io, che ormai mi sono arreso a te, devo subire ancora le tue armi, mentre la tua mano pigra cede di fronte a un nemico che si oppone. A che pro spunti le tue frecce aguzze contro le mie nude ossa? Perché Amore le mie ossa le ha messe a nudo. Ci sono tanti uomini e tante donne privi d’amore: su di loro possa tu ottenere un glorioso trionfo. (Roma, se non avesse spiegato le sue forze contro il mondo intero, sarebbe ancor oggi una distesa di capanne coperte di paglia.) Il veterano ormai stanco viene accompagnato ai campi a lui assegnati, il vecchio cavallo da corsa, liberato dalle scuderie, viene inviato nei pascoli, i lunghi cantieri nascondono la nave tirata in secco, il gladiatore, deposta la spada, reclama il bastone da riposo: anche per me, che tanto spesso ho militato sotto il vessillo della mia innamorata, sarebbe ormai stato il momento di ritirarmi e di vivere in pace.

Se un dio mi dicesse: Vivi e dimentica l’amore, io non accetterei: la donna è un male così dolce! Benché oppresso dalla noia, quando la passione si va spegnendo nel cuore, il mio animo è tristemente agitato da un vago turbamento. Come un cavallo dalla bocca insensibile trascina in una folle corsa il cavaliere che tenta invano di trattenere il morso schiumante, come un vento improvviso trascina al largo la nave che, ormai all’entrata del porto, aveva già quasi toccato terra, così spesso il soffio incostante di Cupìdo ancora mi afferra e il fulgido Amore riprende le sue frecce a me ben note. Trafiggimi, fanciullo: nudo, inerme io mi offro a te; su di me puoi esercitare le tue forze, su di me la tua mano è possente, su di me le tue frecce piovono ormai spontaneamente, come guidate; forse bene come conoscono me non conoscono neppure la loro faretra. È da compiangere chi riesce a dormire per tutta la notte e giudica il sonno un bene prezioso. Pazzo, che è mai il sonno se non l’immagine della fredda morte? Il destino ci darà molto tempo per riposare.

Quanto a me, possano illudermi le ingannevoli parole di un’amante (la semplice speranza mi procurerà grandi gioie), ora ella mi lusinghi, ora mi copra d’ingiurie, spesso mi si conceda, spesso mi respinga. Se Marte è indeciso, la colpa è tua, Cupìdo, che sei suo figliastro: il tuo patrigno combatte seguendo il tuo esempio; tu sei leggero e molto più mobile delle tue ali e incostante e volubile concedi e rifiuti il piacere. Se però vuoi porgere ascolto, con la tua bella madre, a me che ti prego, regna pure per sempre nel mio cuore: sia accolta nel tuo regno anche la turba assai volubile delle donne; così ti renderanno onore le folle d’ambo i sessi.

Tu, o Grecìno, ricordo, mi dicevi con sicurezza che non è possibile essere contemporaneamente innamorati di due donne. Per colpa tua sono stato còlto alla sprovvista, per colpa tua, sorpreso senz’armi, mi trovo (e me ne vergogno) ad amare contemporaneamente due donne. Sono entrambe ben fatte, entrambe si curano della propria eleganza; quanto a doti artistiche, non saprei dire quale primeggi sull’altra. Questa è più bella di quella, ma anche quella è più bella di questa, e questa a me piace di più, ma anche l’altra mi piace di più. Io vago, come una piccola barca sospinta da vènti opposti, e l’uno e l’altro amore possiede una parte di me. Perché, o dea di Erice, raddoppi i miei continui tormenti? Una sola donna non era motivo sufficiente di affanni? Perché aggiungi foglie agli alberi, stelle al cielo, che ne abbonda, e dirigi masse d’acqua verso le profondità del mare? Comunque, meglio così che restarmene privo d’amore: ai miei nemici tócchi in sorte una vita austera; a loro accada di dormire in un giaciglio solitario e di stendere liberamente le membra al centro del letto. A me invece Amore interrompa spietatamente il pigro sonno e possa io non essere il solo peso che grava sul mio letto; quanto a me, nessuno trattenga la mia donna dallo sfinirmi, ammesso che una sola ci riesca, altrimenti ci provino in due. Resisterò: le mie membra sono snelle, ma non prive di vigore; al mio corpo manca il peso, non l’energia. E poi il piacere alimenterà il vigore delle mie reni: nessuna donna è mai stata delusa da me; molte volte ho trascorso l’intera notte nel piacere, e al mattino ero ancora valido e pieno di energie. Fortunato colui che si consuma nelle scambievoli lotte d’amore; gli dèi mi concedano che sia questa la causa della mia morte! Il soldato esponga pure il petto alle armi del nemico e si conquisti col sangue una fama imperitura; l’avaro cerchi pure di procacciarsi ricchezze e, naufrago, beva con la sua bocca spergiura i flutti che ha stancato solcandoli di continuo; a me invece, quando morirò, possa toccare in sorte di venir meno per le fatiche di Venere e possa spegnermi nel bel mezzo dell’atto d’amore; e qualcuno, piangendo sul mio cadavere, esclami: È stata una morte in armonia con la tua vita!

A far conoscere per primo, fra lo stupore delle acque, le malefiche rotte fu un legno di pino tagliato dalla sommità del Pelio, una nave che audacemente trasportò fra rocce cozzanti la pecora risplendente per il vello d’oro. Oh, se Argo affondando si fosse riempita d’acqua letale, perché nessuno turbasse poi coi remi la distesa dei flutti! Ecco, Corinna abbandona il consueto letto e i Penati amici e si appresta a seguire ingannevoli rotte. Perché, me infelice, dovrò sopportare che gli Zèfiri e gli Euri, il freddo Bòrea e il tiepido Noto ti tormentino? Lì non avrai da guardare ammirata città e boschi: il mare infido non offre che un’unica azzurra distesa; e in mezzo al mare non ci sono fragili conchiglie o sassolini colorati: quelli sono i passatempi dell’umido litorale. Con i vostri piedi candidi come marmo imprimete le orme sulla spiaggia, o donne (fin qui siete al sicuro, più oltre ci si avventura nell’ignoto), e lasciate che altri vi raccontino le battaglie dei vènti, e su quali acque incomba il pericolo di Scilla o di Cariddi, con che rocce si ergano minacciosi i monti Cerauni, o in quale insenatura si celi l’insidia delle Sirti, la grande e la piccola. Altri raccontino queste avventure; quanto a voi, prestate fede a quel che ciascuno dirà: nessuna tempesta reca danno a chi ne ascolta il racconto. È tardi ormai per guardare la terra quando, sciolta la gòmena, la chiglia ricurva solca veloce il mare senza confini, il pilota angosciato trema di fronte a vènti contrari e scorge la morte ormai vicina come l’onda. Che se poi Tritone agita i flutti in tempesta, come sùbito ogni colore scompare dal tuo volto! Allora dovresti invocare i benigni astri dei figli nati da Leda ed esclamare: Fortunato colui che è rimasto nella sua terra! È più prudente scaldare il proprio giaciglio, leggersi un libretto, far vibrare sotto le dita le corde della lira tracia. Ma se le tempeste si portano via le mie inutili parole sulle ali del vento, almeno Galatea sia favorevole alla tua nave: colpevoli della perdita di una simile donna sarete voi, Nereidi, con vostro padre. Parti, ma pensa a me, per ritornare con un vento favorevole; un soffio più impetuoso gonfi allora le tue vele. Allora il grande Nèreo incurvi il mare verso queste spiagge, qui si dirigano i vènti, qui i flutti impetuosi sospingano le acque. Anche tu prega che solo gli Zèfiri tendano le vele, e, gonfie, governale tu stessa, di tua mano. Io per primo dalla riva scorgerò la nave a me nota ed esclamerò: Essa trasporta i miei dèi! Ti prenderò sulle spalle e ti ruberò molti baci alla rinfusa; e la vittima promessa in voto per il tuo ritorno sarà immolata e la soffice sabbia sarà approntata come fosse un giaciglio e una qualsiasi duna potrà fungere da tavola. Ivi, servito il vino, narrerai molte vicende, come la nave sia stata quasi sommersa dalle onde e come, mentre correvi da me, non hai temuto né le ore nemiche della notte, né l’impeto dei vènti. Se anche saranno bugie, io crederò a tutto, come fossero verità: perché non dovrei secondare le mie aspettative? Questi momenti la Stella del mattino, splendente di fulgore nella profondità del cielo, lanciati i cavalli a briglia sciolta, mi permetta di viverli al più presto.

Cingete le mie tempie, o allori del trionfo: ho vinto; ecco, ho in braccio Corinna, che era custodita dall’amante, dal guardiano, da una solida porta (tanti erano i nemici!) perché non potesse essere sedotta con alcun artificio. La vittoria in cui la preda, qualunque essa sia, non costa sangue, è ben degna di un trionfo straordinario. Sotto il mio comando non sono stati conquistati miseri baluardi, né cittadelle circondate da modesti fossati, ma una donna. Quando la rocca di Pergamo fu espugnata dopo una guerra decennale, fra tanti guerrieri quale fu la parte di gloria spettante agli Atridi? Ma la mia gloria è diversa, non va condivisa con quella di alcun soldato e nessun altro può menar vanto dell’impresa: soldato e capitano a un tempo, ho raggiunto lo scopo dei miei desideri; io solo sono stato cavaliere, io solo fante, io solo vessillifero. E la fortuna non ha avuto alcuna parte nelle mie gesta: vieni qui, trionfo conquistato con l’opera mia! L’occasione della mia guerra non è nuova: se Elena non fosse stata rapita, l’Europa e l’Asia sarebbero rimaste in pace; fu una donna che, fra le coppe di vino, fece impugnare armi vergognose ai selvaggi Làpiti e ai Centauri dalla doppia natura; fu una donna che costrinse i Troiani a scendere nuovamente in guerra nel tuo regno, o giusto Latino; fu una donna, ancora agli albori di Roma, che eccitò i suoceri contro i Romani e fornì loro armi crudeli. Io ho visto dei tori lottare per la conquista di una candida compagna: la stessa giovenca, guardandoli, infondeva loro ardore. Anche a me, come a molti altri, Cupìdo ha ordinato di portare il vessillo della sua schiera, ma senza spargere sangue.

Corinna, avendo sconsideratamente tentato di sbarazzarsi abortendo del peso della sua gravidanza, giace affranta in pericolo di vita. A dire il vero, per aver affrontato un simile pericolo a mia insaputa, dovrebbe suscitare la mia collera, ma la collera si placa e cede il posto alla paura. E tuttavia o era incinta per opera mia, oppure così preferisco credere: io spesso ritengo cosa certa quella che è una semplice possibilità. O Iside, che abiti a Paretonio e nei fertili campi di Canòpo e a Menfi e a Faro, ricca di palme, e là dove il Nilo dal rapido corso scorrendo nel suo ampio letto sbocca per sette foci nelle acque del mare, ti supplico per i tuoi sistri, per il terribile volto di Anùbi (possa Osìride mostrare sempre affettuoso amore per il tuo culto, il serpente strisci pigramente intorno alle offerte e nella processione ti sia compagno Api dalle corna arcuate), volgi qui il tuo sguardo, salva due creature risparmiandone una sola: poiché, se tu farai vivere la mia donna, ella farà vivere me. Spesso nei giorni stabiliti rimase seduta, per celebrare sacrifici, là dove la schiera dei sacerdoti galli bagna di sangue i tuoi allori. E tu, Ilitìa, che compiangi i travagli delle partorienti, a cui il celato fardello allarga e appesantisce il corpo, assistila benevolmente e accogli le mie preghiere: ella merita che tu voglia che sia viva per grazia tua. Io stesso, in bianca veste, offrirò incenso sui tuoi altari fumanti, io stesso deporrò ai tuoi piedi i doni promessi in voto; e vi aggiungerò un’iscrizione:

NASONE PER LA SALVEZZA DI CORINNA: tu offrimi solo la possibilità di consacrarti i doni e l’iscrizione.

Se in un momento di così grande apprensione mi è pur lecito darti un consiglio, l’aver combattuto questa battaglia ti sia sufficiente. A che serve che le donne possano vivere tranquillamente esentate dagli obblighi militari e che non vogliano accompagnare, munite di scudo, le feroci schiere, se, senza combattere, subiscono ferite inferte dalle loro stesse spade e armano ciecamente le mani contro la propria vita? Colei che per prima si accinse a strapparsi il tenero frutto dal ventre sarebbe stata degna di morire, vittima della sua stessa impresa. Ti par giusto che per evitare al tuo ventre l’onta delle rughe si sparga a terra la funesta sabbia necessaria al tuo combattimento? Se una simile usanza fosse parsa opportuna alle madri di un tempo, la generazione degli uomini era destinata a scomparire per questa colpa e bisognava trovare qualcuno che di nuovo scagliasse nel mondo ormai vuoto le pietre che hanno dato origine alla nostra stirpe. Chi avrebbe distrutto la potenza di Priamo, se Tètide, dea delle acque, avesse rifiutato di portare per il tempo necessario il peso della gravidanza? Se Ilia avesse soppresso i gemelli nel ventre rigonfio, il fondatore dell’Urbe sovrana sarebbe perito; se Venere incinta avesse attentato alla vita di Enea che portava nel grembo, la terra sarebbe rimasta priva dei Cesari. Anche tu, pur potendo nascere bella, saresti morta, se tua madre avesse osato compiere quel che hai compiuto tu; io stesso, pur essendo destinato piuttosto a morire per amore, non avrei mai visto la luce del sole, se mia madre mi avesse ucciso. Perché privi dei grappoli nascenti la vite rigogliosa e strappi con mano spietata i frutti non ancora maturi? Lascia che, giunti a maturazione, cadano da soli; quando sono nati, lasciali crescere: la vita non è certo un piccolo compenso per un breve indugio. Perché vi lacerate le viscere con occulti ferri e propinate terribili veleni a chi non è ancor nato? Deplorano il delitto di Medea macchiatasi del sangue dei figli, compiangono Iti ucciso da sua madre: furono entrambe madri snaturate, ma entrambe per dolorosi motivi si vendicarono del marito uccidendo i figli, sangue del loro sangue. Ditemi quale Tèreo, quale Giàsone vi spinge a trafiggervi il corpo con mano trepidante d’angoscia? Neppure le tigri nelle loro tane dell’Armenia hanno mai compiuto un atto del genere, neppure la leonessa osa sbranare i suoi piccoli. Le deboli donne invece lo fanno, ma non senza conseguenze: spesso colei che uccide i figli che porta in seno muore anch’essa; anch’essa muore e viene portata al rogo con le chiome scomposte e tutti coloro che la vedono esclamano: Se l’è meritato. Ma possano queste mie parole svanire nell’aria e possano i miei presagi non avere alcun valore. O dèi, siate indulgenti, concedete la possibilità di peccare impunemente una volta; poi basta: la seconda colpa venga punita.

O tu che cingerai il bel dito della mia donna, anello che non devi essere considerato altrimenti che un pegno d’amore di chi ti dona, possa tu giungere come dono gradito; dopo averti ricevuto con gioia, ella ti metta sùbito al suo ditino; possa tu andar bene a lei come lei va bene a me, e sfiorarle il dito all’intorno con giusta misura. Anello fortunato, sarai toccato dalla mia donna: meschino me, son già invidioso del mio regalo. Magari potessi d’un tratto identificarmi col mio dono, con la magia di Circe o del vecchio Proteo! Allora io, spinto dal desiderio di palparle il seno e di insinuarle la mano sinistra sotto la tunica, benché stretto e aderente, scivolerò via dal dito e allargandomi con abilità straordinaria le cadrò nella scollatura. Sempre io, per poter sigillare i bigliettini segreti e per evitare che la cera resti tenacemente attaccata alla pietra asciutta, sfiorerò prima l’umida bocca della mia donna; solo non debba mai sigillare lettere per me dolorose. Se vorrai sfilarmi per ripormi in uno scrigno, mi rifiuterò di venir via, stringendo il tuo dito con un cerchio più stretto. Che io per l’avvenire non ti procuri mai disonore, cuor mio, e non divenga un peso che il tuo dito delicato rifiuti di tollerare. Tienimi quando bagnerai le tue membra con acqua calda e sopporta i danni che farà l’acqua insinuandosi sotto la pietra. Ma al vederti nuda, io penso, per l’eccitazione il mio desiderio eromperà prepotente e, ancorché anello, farò la mia parte di uomo. Ma perché vaneggio col desiderio? Va’, mio piccolo regalo, ella comprenda che con te le dono una sincera promessa d’amore.

Sono a Sulmona, una delle tre città della campagna peligna; è una piccola località, resa però salùbre dalle acque che la irrigano. Anche se il sole, avvicinatosi alla terra, vi apre delle fenditure e la canicolare stella di Sirio sfolgora implacabilmente, nei campi peligni scorrono limpide acque e nel molle terreno l’erba verdeggia rigogliosa. È una regione ricca di biade e ancor più ricca di viti, qualche campo isolato produce anche l’olivo sacro a Pallade e fra le erbe, sempre rinascenti per lo scorrere dei ruscelli, una verde coltre ricopre il terreno intriso d’acqua. Manca però la mia fiamma… o meglio, ho sbagliato un vocabolo: la fiamma c’è, ma è lontana colei che suscita in me le fiamme d’amore. Se mi collocassero fra Càstore e Pollùce, io non vorrei trovarmi in nessuna zona del cielo senza di te. Coloro che hanno affannosamente compiuto lunghi viaggi attraverso il mondo sentano dopo la morte il peso opprimente della terra; almeno avessero invitato le donne ad accompagnare i giovani, se proprio era necessario attraversare il mondo con lunghi viaggi. Se, tremante di freddo, io valicassi le Alpi sferzate dai vènti, purché fossi in compagnia della mia donna, il cammino mi sarebbe facile; con lei oserei penetrare nelle Sirti africane e affidare le vele all’infido Noto; non avrei timore dei mostri che latrano sotto il ventre virginale di Scilla, né dei tuoi anfratti, sinuosa Malea, né dei flutti che Cariddi, colma di navi affondate, rigurgita, e poi di nuovo inghiotte. Ma se i vènti impetuosi di Nettuno avessero la meglio e i marosi strappassero via gli dèi che dovrebbero soccorrerci, posa sulle mie spalle le tue braccia candide come neve: io sorreggerò facilmente sul mio corpo quel dolce peso. (Il giovane Leandro aveva spesso traversato a nuoto il mare per raggiungere Ero; anche quella volta lo avrebbe traversato, ma la strada non era illuminata…). Ma senza te, benché mi trovi in campi in cui ferve il lavoro per le viti, benché le campagne siano irrigate dai fiumi e il contadino incanali l’acqua che scorre e una fresca brezza accarezzi le fronde degli alberi, a me non sembra di vivere nella salùbre regione peligna, nella terra natìa, nei patrii campi; ma nella Scizia, nella selvaggia Cilicia, nella verdeggiante Britannia e presso le rupi rosseggianti per il sangue di Promèteo. L’olmo ama la vite, la vite non si stacca dall’olmo: perché io vengo spesso diviso dalla mia donna? Eppure tu avevi giurato su di me e sui tuoi occhi, le mie stelle, che saresti rimasta sempre con me: ma le parole delle donne, più leggere delle foglie cadenti, i vènti e le onde le trascinano a loro piacimento, rendendole vane. Ma se, dopo avermi abbandonato, nutri ancora per me qualche affettuoso pensiero, comincia a mettere in atto le tue promesse e, salendo al più presto su una piccola carrozza trascinata da veloci puledri, agita tu stessa le briglie sulle loro criniere fluenti. Ma voi, monti orgogliosi, abbassatevi al suo passaggio e voi, strade, siatele agevoli nelle sinuose vallate.

Se qualcuno ritiene che l’esser schiavo di una donna sia un disonore, a suo giudizio io risulterò disonorato. Ebbene sia pur così, purché colei che regna su Pafo e su Citèra, battuta dal mare, mi tormenti meno intensamente. Poiché ero destinato a cadere fra le mani di una bella, almeno fossi potuto cadere fra le mani di una donna indulgente! La bellezza rende arroganti: Corinna, poiché è bella, è intrattabile; povero me, perché si conosce così bene? Evidentemente è dall’immagine riflessa nello specchio che le deriva l’alterigia, ed ella non vi si guarda se prima non si è ben acconciata. No, se la bellezza ti dà troppo potere su tutte le cose (o bellezza nata per incatenare i miei occhi!), tu non devi per questo disprezzarmi, paragonandomi a te: chi sta più in basso può adattarsi ai grandi. Anche della ninfa Calipso si racconta che, preda d’un amore terreno, abbia trattenuto l’eroe contro la sua volontà; è fama che una Nereide marina si sia unita al re di Ftia, Egeria al buon Numa; Venere appartiene a Vulcano, benché, uscito dall’officina, egli zoppichi sconciamente col piede storto; anche questo tipo di componimento poetico procede con ritmo ineguale, e tuttavia il verso eroico ben si accoppia con un verso più breve. Anche tu, dunque, luce dei miei occhi, accèttami alle condizioni che vorrai; déttami pure le leggi nel bel mezzo del tuo tribunale. Non subirai accuse per causa mia, né avrai di che rallegrarti per avermi allontanato; questo nostro amore non dovrà essere rinnegato. Io non possiedo grandi ricchezze, ma una facile vena poetica e molte donne aspirano a divenire famose per mezzo mio: ne conosco una che va dicendo di essere Corinna; che cosa non vorrebbe avermi concesso purché ciò fosse vero? Ma come il freddo Eurota e il Po costeggiato di pioppi scorrono lontani, fra diverse sponde, così nessuna canterò nei miei carmi che non sia tu: tu sola offrirai motivi d’ispirazione al mio estro poetico.

Mentre tu, o Macro, prolunghi il tuo poema fino all’ira di Achille e fai rivestire per la prima volta delle armi gli eroi greci dopo il giuramento, io vivo oziosamente nelle segrete gioie di Venere e quando vorrei affrontare temi più impegnativi il delicato Amore mi tarpa le ali. Molte volte ho detto alla mia donna: Làsciami, una buona volta, ma sùbito ella è venuta a sedermisi in grembo; molte volte ho detto: Mi vergogno, e lei, trattenendosi a stento dal piangere: Me infelice, ha esclamato, ormai ti vergogni di amarmi? e mi ha gettato le braccia al collo e mi ha dato mille di quei baci che sono la mia rovina. Mi dò per vinto e la mia ispirazione dalle armi che aveva impugnato viene richiamata a cantare le imprese compiute sotto il mio tetto e le mie guerre private. Ciononostante ho impugnato lo scettro e per opera mia la tragedia ha avuto un impulso, ed io ero quanto mai adatto a questo impegno: Amore si è fatto giuoco della mia veste scenica, dei miei coturni dipinti e dello scettro che mi ero affrettato ad impugnare con mano di suddito; anche da questo mi ha distolto l’irragionevole volere della mia donna e Amore celebra il trionfo sul vate che aveva calzato i coturni. Mi si concede quindi o di insegnare le dolci arti d’Amore (ohimè, sono vittima dei miei stessi insegnamenti), oppure di cantare le parole che Penelope scrive ad Ulisse e il tuo pianto, Fìllide abbandonata, e le lettere ricevute da Paride, da Macàreo, dall’ingrato Giàsone, dal padre d’Ippolito e da Ippolito stesso, e i lamenti dell’infelice Didone, mentre impugna la spada sguainata, e quelli di Saffo c sulla lira aonia c. Come è tornato presto il caro Sabino dal suo viaggio intorno al mondo, portando le lettere di risposta scritte dai più diversi luoghi! La casta Penelope ha riconosciuto il sigillo di Ulisse, Fedra ha letto la lettera inviata dal figliastro Ippolito; ormai il buon Enea ha risposto all’infelice Didone e, purché sia ancor viva, anche Fìllide avrebbe qualcosa da leggere. Ad Ipsìpile è giunta una lettera dolorosa da parte di Giàsone, e Saffo, ricambiata d’amore, consacra a Febo la lira che gli aveva promesso in voto. Neppure tu, o Macro, quando è possibile ad un poeta epico, in mezzo alle battaglie rinunci a cantare di Amore biondo come l’oro: nel tuo poema ci sono Paride e la sua amante, un famoso adulterio, e Laodamìa che volle essere compagna al marito nella tomba. Se ben ti conosco, le guerre non sono per te argomento più gradito di questo e, disertando, lasci il tuo accampamento per passare nel mio.

Se non hai bisogno di sorvegliare la tua donna, sciocco, almeno sorvegliala per me, perché io la desideri di più. Quel che è permesso non arreca piacere; quel che non è permesso accende di maggior desiderio: è insensibile chi ama quel che un altro gli consente di amare. Noi innamorati dobbiamo al tempo stesso sperare e temere e ogni tanto, invece di essere esauditi, aspettiamoci un rifiuto. Che potrei farmene di una sorte che non cerca mai di deludermi? Io non amo ciò che non potrebbe mai farmi soffrire. L’astuta Corinna aveva scorto in me questo difetto e aveva abilmente compreso con che mezzo mi si poteva conquistare. Ah, quante volte, simulando inesistenti emicranie, mi invitò ad andarmene, benché io fossi esitante e lento ad allontanarmi! Ah, quante volte si è inventata una colpa e, per quanto glielo consentiva l’innocenza, si è mostrata apparentemente in torto! Così, dopo avermi tormentato ed aver rinfocolato la mia intiepidita passione, tornava ad essere affettuosa e accondiscendente ai miei desideri. Com’era prodiga di lusinghe e di dolci parole! Dèi del cielo, che baci mi dava, e quanti! Anche tu, che da poco hai stregato i miei occhi, móstrati spesso timorosa che io ti sorprenda; spesso, benché richiesta, dimmi di no e lascia che, disteso sulla soglia della tua porta, io soffra a lungo il freddo nella gelida notte. Così per me l’amore può resistere e svilupparsi per lunghi anni: così mi piace, questo alimenta la mia passione; un amore soddisfatto e troppo facile per me diventa noioso e mi dà la nausea, come allo stomaco un cibo troppo dolce. Se Dànae non fosse mai stata rinchiusa in una torre di bronzo, non sarebbe divenuta madre ad opera di Giove; mentre Giunone sorvegliava Io trasformata in giovenca, questa divenne agli occhi di Giove più desiderabile di quanto fosse stata prima. Chiunque brama quel che è lecito e disponibile stacchi le foglie dall’albero e beva l’acqua da un grande fiume; se una donna vorrà conservare a lungo il suo potere, inganni l’amante. (Ahimè, che non debba dolermi dei miei stessi consigli!) Qualunque cosa avvenga, la condiscendenza non mi è gradita: io evito chi mi segue; seguo chi mi evita. Quanto a te, che sei troppo sicuro della tua bella donna, comincia sul far della notte a chiudere la porta; comincia a chiedere chi tante volte bussi nascostamente alla tua soglia, perché nel silenzio della notte i cani abbàino, che lettere siano quelle che l’ancella zelante va portando e riportando, perché ella dorma tante volte per conto suo: codesto pensiero ti roda a volte fin nelle viscere, e tu offri occasione e argomenti ai miei inganni. Conquistare la moglie di uno sciocco è come rubare la sabbia da una spiaggia deserta. Ti avverto prima: se non cominci a sorvegliare la tua donna, un po’ alla volta cesserà di essere mia. Ho a lungo sopportato con pazienza; ho sperato che un giorno, quando tu l’avessi ben sorvegliata, io te l’avrei data a bere. Te la prendi con calma e sopporti quel che nessun marito sopporterebbe, ma per me la tua condiscendenza segnerà la fine dell’amore. Non dovrò dunque mai starmene tristemente chiuso fuori senza poter entrare? La notte trascorrerà sempre senza ch’io corra il rischio di una vendetta?

Non dovrò avere alcun timore? Dormirò sonni tranquilli senza nemmeno un sospiro? Non farai nulla perché io mi auguri a buon diritto la tua morte? Che me ne faccio di un marito consenziente, di un marito ruffiano? Con i suoi difetti finisce per togliermi ogni soddisfazione. Perché non ti cerchi un altro a cui una simile debolezza piaccia? Se ti fa’ piacere che il tuo rivale sia io, cerca di impedirmelo.

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