BOTTA E RISPOSTA

Pubblicato: 28 gennaio 2011 in Informazione

Una risposta ottimamente argomentata al consueto provocatore. Per la sua natura polemica e ragionata, la inseriamo in una zona tradizionalmente riservata al Collettivo.

 Botta

CONFESSO HO UCCISO TORDI E COLOMBACCI
Da Il Tirreno del 1° Aprile 2004 – Rubrica Posta

La natura è come la legge: non ammette ignoranza! ma in questo contesto sociale fondato sull’ipocrisia di muli che ragliano a vanvera, di ignoranza e di cattiva informazione, ce ne sono a iose. E’ una legge di natura che ogni forma di vita, viva a spese di altre forme di vita. L’italiano medio di oggi è urbanizzato e la carne la trova già confezionata e non si pone il problema di sapere da dove venga il tonno e la bistecca, perché il rapporto con gli animali è distorto dal fatto di non provvedere di persona a trasformarli in cibo.

 

La ridicola fregola animalista che attanaglia il nostro paese, ha già prodotto guasti notevoli anche a livello legislativo. Si pensi bene che ora viviamo in un paese dove una donna che abortisce clandestinamente (spesso a gravidanza inoltrata) e con la conseguente uccisione del bambino che in una struttura pubblica sarebbe salvato, rischia solo 50 Euro di multa, mentre chi da un calcio ad un cane, senza incrudelire o seviziare l’animale, rischia fino a 5000 Euro di ammenda.

L’ipocrisia e il doppiopesismo sono evidenti: una vita umana vale cento volte in meno del dolore che può provocare un cane nel prendere un calcio: quindi infinitamente meno della vita di quel cane! Si vergognino e molto, certi talebani del feticismo animalista, e sappiamo che il più grande sanguinario nella storia (Adolf Hitler) era vegetariano e odiava i cacciatori. Per finire mi autodenuncio per avere ammazzato macellato decine di conigli,polli e tacchini e di averli anche mangiati. Non solo, mi autodenuncio perchè sono anche cacciatore e ammazzo colombacci,tordie cinghiali, naturalmente durante la stagione di caccia.

Avv. Fabrizio Bonuccelli

Risposta

Abbiamo scritto a : laposta@iltirreno.it;internetmail@iltirreno.it

Egr. direttore.
Le scriviamo per esprimere la nostra opinione in riferimento alla lettera “CONFESSO HO UCCISO TORDI E COLOMBACCI” dell’avv. Frabrizio Bonucelli apparso nella rubrica lettere il 1° aprile.

L’autore del pezzo dichiara una grande verità quando afferma che l’italiano medio, urbanizzato, non si domanda da dove venga la carne che acquista al supermercato.

L’italiano medio purtroppo non si pone il problema di sapere molte cose. La bistecca che trova già confezionata non lo isola solo dalla condizione di estremo sfruttamento cui è sottoposto l’animale di cui si nutre. L’italiano medio ignora e si disinteressa anche del fatto che esiste una competizione tra mangime e cibo determinato dalla sua bistecca; ignora e si disinteressa del fatto che in Etiopia mentre la gente muore di fame il terreno viene utilizzato per coltivare mangime per le nostre mucche, invece che produrre cibo per gli etiopi; ignora e si disinteressa anche del fatto che in Africa, nel paese più assetato del globo, c’è un bovino ogni tre persone e che un bovino beve giornalmente 50 litri d’acqua.

Fortunatamente è lo stesso autore dell’articolo ad ammettere che “viviamo in un contesto sociale fondato sull’ipocrisia, dove di muli che ragliano a vanvera, di ignoranza e di cattiva informazione, ce ne sono a iose“. L’articolo lo dimostra ampiamente. Nell’uomo l’ipocrisia abbonda è questo è ormai un dato di fatto.
Da secoli l’uomo ha tentato di comporre considerazioni filosofiche che potessero dare giustificazione a barbarie di ogni genere… e non solo delle barbarie perpetrate da uomini nei confronti di animali, bensì da uomini nei confronti di altri uomini.

Su una cosa l’uomo si trova per lo più unaninamamente d’accordo: la specie umana è la specie eletta. Per qualcuno, perché unica specie fatta ad immagine e somiglianza di un qualche dio; per altri perché l’uomo è l’unica specie che possiede la “ragione”. Il resto è dominato dall’istinto.
L’uomo è l’unico che, grazie alla ragione o alla presenza di una coscienza (a secondo della tesi che si preferisce), è l’unica specie in grado di distinguere il bene dal male.

Se così è, perché, quando ci fa comodo ci paragoniamo alla natura, considerandoci succubi delle leggi che la governano? Se l’uomo è l’unica specie che comprende ciò che è male perché, allo stesso modo non si considera in grado di poter scegliere tra ciò che è bene e ciò che è male? Perché non essere veramente gli eletti, per una volta, dissociandoci dalla legge naturale che, in via del tutto personale, l’autore dell’articolo indica con la frase: “è legge di natura che ogni forma di vita, viva a spese di altre forme di vita”?

Diciamo “in modo del tutto personale” perché l’autore ha superficialmente e in modo molto astuto buttato lì una frase che necessiterebbe di un approfondimento. L’uomo è l’unico animale che estende all’infinito questo assunto.

L’animale caccia solo quando ha fame e solo lo stretto necessario per nutrirsi. In questo modo l’equilibrio naturale, si, ne giova, sebbene non è dello stesso parere il singolo individuo che viene cacciato. L’uomo vive, invece, a spese di tutti, per egoistica ignoranza, senza nemmeno tentare di immaginare ciò che comporta ogni sua decisione. La soddisfazione di ogni suo capriccio sembra essere il punto focale di tutta la sua esistenza. Qui non si tratta di animalismo, perché l’uomo, con questo atteggiamento idiota e spesso strafottente, comporta danni non solo al pianeta, non solo agli animali ma, ahimè, anche ad altri della sua stessa specie e, ironia della sorte, anche a se stesso. L’errore che ormai suona quasi noioso correggere è che molte persone che vengono indicate con il termine “animalista” (termine peraltro confuso e che abbraccia una molteplice varietà di modi d’essere e vivere) non sono pro-animali e contro gli uomini.

La condanna che l’autore dell’articolo fa nei confronti della donna che uccide un feto è condivisa. L'”animalista”, inteso come l’individuo che rispetta la vita senza barriere di specie, si limita, o meglio si spinge fino alla condanna dell’uccisione di un qualsiasi essere vivente, per il semplice fatto che ha compreso che ogni essere vivente è vita che vuole vivere; per il semplice fatto che ha compreso che la vita è un miracolo naturale o divino da rispettare in ogni sua forma; per il semplice fatto che ha compreso che il dolore, l’angoscia e la sofferenza sono sensazioni spiacevoli che accomunano tutti gli esseri viventi.

La legge non è dalla parte degli animali e contro il rispetto della vita umana, come l’autore dell’articolo vuole far intendere. L’unica realtà legislativa veramente condannabile all’unanimità è che il concetto di isonomìa (uguaglianza di fronte alla legge) è morto da secoli, forse già prima di nascere, come quel povero bambino, di cui parla l’autore, ucciso già quando era nel ventre materno. Se la legge non funziona, quindi, non è certo colpa delle “fregole animaliste”. Tutt’al più, gli animalisti potrebbero comportare un ingentilimento della società, aggiungendo condanne a crimini che oggi sono istituzionalizzati, così come un tempo erano istituzionalizzati crimini cui oggi guardiamo con orrore (la schiavitù serva da unico esempio anche se ce ne sarebbe un elenco piuttosto ampio).

La realtà legislativa di oggi, così come al tempo dell’Impero Romano, considera “oggetti”, suscettibili di proprietà, degli esseri viventi. A ben vedere le pochissime leggi in favore degli animali sono state emanate per animali considerati d’affezione. In pratica si tratta di leggi di carattere antropocentrico, volte a tutelare l’affetto che l’uomo rivolge agli animali che stringono con lui un legame, piuttosto che l’animale stesso in quanto essere vivente degno di rispetto. È l'”animalismo” ipocrita del nostro tempo che vede persone amare il proprio cane come un figlio ma che non sdegnano il fatto di indossare una pelliccia.

Nella nostra società non c’è legge che sia a favore dell’animale in quanto tale, soprattutto se questo viene a discapito dell’uomo. Tutto è fatto esclusivamente a favore dell’essere umano, dei suoi bisogni, dei suoi capricci, del suo diritto a praticare uno sport ecc….

L’autore dell’articolo sfoga nella direzione sbagliata il suo sdegno.

Il riferimento a Adolf Hitler vegetariano fa cadere l’articolo in una sorta di qualunquismo. Questa favola da quattro soldi sembra essere presa per buona da gran parte della popolazione. Hitler non amava gli animali più di quanto amasse le persone. Se Hitler fosse stato vegetarianoper amore degli animali, avrebbe, coerentemente con la sua personalità dittatoriale, imposto tale dieta a tutto il suo seguito. In realtà mangiava carne e volentieri. Non mangiava tipi di carne pesanti per il suo fegatuccio debole e accanto ai campi di concentramento vi erano mattatoi ben forniti. I suoi “sudditi” nel tempo libero si tenevano in allenamento nella pratica di uccidere andando a caccia. I nomignoli utilizzati per denigrare i deportati erano dimostrazione “dell’ammirazione” che i nazisti avevamo per il regno animale. Le società vegetariane furono chiuse e considerate illegali. Forse amava il suo cane, ma amava più che altro bastonarlo perché gli obbedisse e fosse timoroso di lui.

Nella storia ci sono stati tanti vegetariani degni di nota (Zarathustra, Pitagora, Empedocle, F.G. Bruno, Marcuse, Ghandi ecc…) che dimostrano come spesso gli animi gentili sensibili alle sofferenze umane provino la stessa sensibilità verso le sofferenze patite dagli animali. La storia insegna anche che persone che dimostravano indifferenza verso la condizione umana, giustificavano la schiavitù, lo sterminio degli indigeni (che consideravano barbari, omuncoli, subumani più simili alle bestie che agli uomini) l’inferiorità delle donne ecc.,allo stesso modo con cui difendevano l’uso strumentale degli animali.

La riluttanza dimostrata da molte persone ad estendere rispetto e amore ad altri esseri viventi è decisamente preoccupante, soprattutto quando si arriva addirittura a considerare delle “fregole” i sentimenti che muovono alcuni individui a lottare per il più ampio rispetto della vita in quanto tale. L’estensione dell’amore e del rispetto non può comportare danno a nessuna società, né sotto l’aspetto culturale, né sotto l’aspetto legislativo. Quindi dorma pure sonni tranquilli l’autore o meglio, diriga altrove le sue preoccupazioni e ci permettiamo di invitarlo a riflettere su una frase con cui Gino Ditadi (docente di filosofia e autore di numerosi saggi di carattere storico filosofico) ha voluto commentare la tesi di una natura capace di generare solo sventura e dolore: “La convinzione che la natura sia di per sé naturale senza riuscire a vedere che essa anela e si sforza d’essere altro da distruzione e insulsa moltiplicazione del dolore è un limite alla sua profonda comprensione. A saper ascoltare essa ci indica che la sua verità è la bellezza e la gioia che la costruisce e la ritempra

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