IL DELIRIO SACRO DEGLI OBIETTORI DI COSCIENZA

Pubblicato: 29 dicembre 2010 in Filosofia / Religione
Il delirio sadico degli obiettori di coscienza

Tratto dal blog “cloroalclero”

Pubblico un intervento di Veronica, una commentatrice storica di questo blog, cui va tutto il nostro affetto e la nostra solidarietà. Un ulteriore, eclatante, caso in cui i medici e gli infermieri obiettori di coscienza mostrano di essere umanamente e professionalmente ripugnanti. Gente sadica a cui non dovrebbe esser permesso di lavorare negli ospedali perchè mostrano che quel minimo concetto di “pietas” necessario per compiere un lavoro del genere loro non ce l’hanno. Non lo so se un domani qualcuno farà qualcosa per fermare questa gente, ma se mai accadrà sarà sempre troppo tardi perchè troppe donne, nei reparti di ginecologia, vivono e hanno vissuto vicende drammatiche con strascichi psicologici enormi a causa di questa risma di “personale sanitario”. Buona giornata..

E’ da un pezzo che non scrivo su questo blog.
Adesso però ho qualcosa da raccontarvi se avete voglia di leggere.
A settembre scorso ho scoperto di aspettare il mio secondo bambino. Che grande gioia, dopo tre anni dalla nascita di Michele, il mio primogenito. Ho iniziato ad entrare nell’ottica di una vita con due pargoli, organizzazione familiare e del lavoro…insomma niente di particolare, niente che non riguardi chiunque in situazioni similari. I mesi sono passati e, tra visite, controlli ed esami vari è arrivato il giorno della fatidica ecografia morfologica. Non ho fatto l’amniocentesi perché ho valutato che non mi avrebbe dato informazioni particolari rispetto a quelle che avevo già. E infatti cosi è stato. L’ecografia morfologica è una tappa fondamentale nell’evolversi dei controlli della gravidanza, si effettua alla 20esima settimana circa. Io ci sono andata con l’ansia fisiologica che ogni donna in attesa prova ad ogni controllo ma con la maggiore e più comprensibile tranquillità di chi è certa che tutto va bene e con la grande curiosità di sapere se era una femmina oppure un altro maschio.
Era una femmina. Al termine dell’esame il “verdetto” è stato infausto. Spina bifida esposta con mielomeningocele, malformazione di A.Chiari e conseguente idrocefalo.
Un incomprensibile ceffone in piena faccia. I medici della mia città mi hanno prospettato vita vegetale. Sono andata in un centro di Cagliari di secondo livello (si dice uno dei migliori in Italia per la diagnosi prenatale) e l’esito è stato il medesimo. La lesione causata dalla malformazione era talmente grave da non lasciare speranza alcuna per questa piccola mia bimba sfortunata. Tutti mi hanno consigliato di interrompere la gravidanza prima possibile onde evitare di incappare in limiti imposti per legge causati dal procedere della gravidanza.
La scelta è stata ovviamente sofferta. Ho sperato che qualcuno dei medici mi dicesse che avrei avuto una bimba paraplegica oppure handicappata ma che avrebbe comunque avuto una vita dignitosa. Invece no, tutti mi hanno detto che di questi bimbi non ne nascono più, che se nascono passano la vita sotto i ferri dalla nascita alla morte, che avviene, tra l’altro, nei primi anni di vita. Io non ho potuto pensare alla mia bambina intubata per tutta la sua esistenza, non ho potuto sopportare l’idea di imporle un calvario solo per mio egoismo, per non rinunciare a lei. Se la vita è un dono, io le stavo regalando un dramma di dolore infinito.
Cosi ho deciso di interrompere la gravidanza. Sono stata ricoverata (all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia n.d.r.) il 9 dicembre scorso,l’11 è iniziata l’induzione del parto. E si, perché succede cosi. Ti fanno partorire come qualsiasi donna che partorisce un bimbo, solo che in questo caso è morto. Mi scuso per il modo crudo che ho di riportare i fatti, ma garantisco che l’esperienza umana è cosi devastante da non lasciare spazio a “pillole indorate”. Precedentemente all’induzione è passato per il mio capezzale uno psichiatra che ha certificato che l’interruzione della gravidanza era necessaria per salvaguardare la mia salute psicofisica. Non ho capito il perché fosse necessaria un’idiozia simile visto che non ero io ad avere danno dalla prosecuzione della gravidanza ma la mia bambina. Poi mi è stato detto che la legge prevede l’interruzione dopo la 16esima settimana solo se è a repentaglio la salute materna, lo stato del feto non importa. Già questa procedura mi è sembrata assurda…in ogni caso…
L’inizio dell’induzione è avvenuta l’11 dicembre, di sabato, con l’unico medico non obbiettore di tutto l’ospedale che si è volatilizzato dopo avermi attaccato un farmaco tramite flebo. Erano le 8 del mattino. Ho iniziato ad avere dolori lancinanti alle 10 del mattino. L’espulsione è avvenuta alle 23. 13 ore di travaglio indotto, 13 ore di dolore triplo rispetto ad un parto normale:
1 perché parto indotto da farmaco, notoriamente più doloroso di quello naturale;
2 perché non essendo affatto vicina la data del parto naturale l’utero resiste e trattiene all’inverosimile;
3 perché il risultato è quello di non avere nulla tra le braccia dopo tanto dolore.
Durante queste 13 ore ho supplicato e chiesto aiuto ai medici, agli infermieri, alle ostetriche ed infine all’anestesista. Tutti hanno alzato le mani, facendomi capire (senza dirlo, badate bene) che essendo obbiettori non potevano intervenire per alleviare le mie sofferenze.
Intorno alle 21 è finalmente intervenuta una dottoressa che è entrata nella mia stanza con una frase d’esordio che merita qualche riflessione: “…va bene l’elaborazione del lutto ma cosi è troppo.” Lei mi ha artificialmente rotto le acque e da quel momento il mio utero si è come rilassato, forse rassegnato a lasciar andare quella piccola. In questi casi c’è una forte componente inconscia che interviene a trattenere ciò cui non si vorrebbe rinunciare. E’ chiaro che, essendo processi inconsci, non ci si può intervenire in nessun modo. Si devono sbloccare da soli.
L’espulsione è avvenuta alle 23. Ho tenuto la mia piccola con me per un quarto d’ora circa. Il tempo sufficiente per salutarla e per vedere quale danno aveva già provocato questa maledetta patologia. Ho sentito un’immensa tenerezza verso di lei, ho capito che è stata troppo sfortunata per vivere, e io con lei. Nei giorni successivi ho chiesto spiegazioni per questo trattamento disumano che mi è stato riservato. Il primario si è premurato di riferirmi che, avendo avuto in precedenza un taglio cesareo, c’era la possibilità di rottura dell’utero per cui sedarmi poteva essere rischioso.
Gli ho voluto credere, e gli ho risposto che aldilà della mia vicenda, la cosa fondamentale era che non si trattasse di un “trattamento” da prassi. Lui stesso ha utilizzato la parola “disumano”. Gli ho voluto credere, ma non gli credo fino in fondo.
Ho visto troppe mani alzarsi, ho visto troppi far finta di nulla. E poi “quel lutto da elaborare”…come se una donna nelle mie condizioni dovesse passare giocoforza attraverso un calvario fisico ed emotivo e, aggiungo, il tutto decretato per legge.
Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità di qualcuno, questo mio scritto ha il solo scopo di portare ad una riflessione sulla questione “aborto terapeutico” e, egoisticamente, vuole parlare di questa mia piccola cosi sfortunata…  Veronica.

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