OMOSESSUALITA’ E DEMOCRAZIA

Pubblicato: 30 novembre 2010 in Filosofia / Religione

Omosessualità e Democrazia

 Introduzione di Pino Soprano a due interessanti articoli di Umberto Galimberti

 Per quanto concerne il “tema” e non il “problema” dell’omosessualità, viene da chiedersi se quest’uomo del 2000 ed oltre, riuscirà mai a sciogliersi dai nodi a cui le religioni lo legano o se riuscirà mai a sganciarsi dalle tenaglie che queste società (più o meno progredite) gli stringono intorno. Una prima obiezione che verrebbe da fare è quella per cui le religioni non considerano la scienza come strumento informativo, scevro da strumentalizzazioni etico-sociali, da cui estrapolare tutta una serie di informazioni per poi fruirne in nome della verità e della giustizia. Dico giustizia per il semplice fatto che, nel corso dei secoli a tutt’oggi, l’omosessualità è vista nel contesto sociale come una DIVERSITA’ e sulla DIVERSITA’ ci sarebbe poi da discuterne…”Chi stabilisce che il modo di mostrarsi, di sentirsi ed essere di una fascia sociale, benché faccia parte di una minoranza debba essere definito DIVERSO?…il fatto stesso di essere una minoranza?…e per questa minoranza dovremmo forse colpevolizzare coloro che amano in maniera DIVERSA da noi eterosessuali?…l’accettazione dell’omosessualità implica forse una paura di essere sradicati dal proprio IO e magari temere una trasformazione che solo nell’utopia potrebbe accadere?… questa DIVERSITA’ implica forse una minorazione dal punto di vista fisico e psichico?… NO!

Come ci spiega in seguito U. Galimberti, l’omosessualità che nell’antica Grecia era vista addirittura come privilegio della classe elitaria tanto da essere proibita agli schiavi, con l’avvento del Cristianesimo che la definiva “peccaminosa” e poi con l’ingresso della Neo-Psicoanalisi che la definiva “malattia”, ha dato vita a paure nell’uomo di vedersi corrotto da questa minoranza sociale di “diversi”, dando vita a varie forme di colpevolizzazione, di intolleranza e addirittura di razzismo.

La cosa più sconcertante é che la “riluttanza” a considerare l’omosessualità come parte integrante del tessuto sociale, arriva non solo dalle fasce meno istruite o da tradizionalisti pseudoacculturati (laddove si potrebbe anche comprendere il loro ostracismo), bensì da coloro che della civiltà, della libertà e della democrazia ne fanno il loro stendardo e che della cultura ne fanno il loro pane quotidiano.

A questo punto vorrei rivolgermi all’UOMO moderno, all’UOMO dei nostri giorni, all’UOMO intellettivamente ed intellettualmente progredito, a quell’UOMO che accetta l’omosessualità per tolleranza (sulla tolleranza si dovrebbe aprire un capitolo a parte) e chiedergli:

Mi sai spiegare perché non accetti quello che tu definisci diverso?

Mi sai spiegare perché colpevolizzare l’omosessualità?

Mi sai spiegare perché l’omosessualità é male?

Mi sai dare spiegazioni esaudienti che non vadano in contrasto con la Socialità, la Fratellanza, l’Amore, ma sopratutto con le elementari leggi della logica?

 UOMO… sei in grado di dimostrarmi che tu sei migliore di loro?

 La verità é che in quest’epoca in cui: in nome della democrazia si ostacolano le manifestazioni in piazza per i propri diritti; in nome della libertà io uccido te perché forse tu vuoi uccidere me (guerre preventive); in nome delle religioni si negano le pacifiche convivenze, si nega il diritto alla morte per non soffrire e c’é il totale isolamento per chi non é un timorato di Dio ma é un sano portatore di principi filosofici ed etici; si preferisce quindi marchiare come “difettoso” il problema (in questo caso parliamo dell’omosessualità), lasciare che i diretti interessati (gli omosessuali) continuino ad essere definiti di seconda categoria e ad archiviare il tutto come “problema” non risolvibile. Dobbiamo però essere consapevoli che da questo tralasciare il problema e di conseguenza la non accettazione dell’omosessualità, potranno sorgere casi di depressione, sensi di colpa e tentati suicidi in quanto l’essere non é più essere e l’io non liberato, rimane chiuso e compresso nel proprio corpo, alienando la propria identità già soggiogata dall’indifferenza della società e dall’abnegazione del prossimo.

Qualcuno disse: ama il prossimo tuo come te stesso……….. e menomale.

 Pino Soprano

 Umberto Galimberti – Omosessualità e Democrazia

La più bella definizione dell’amore l’ho letta nelle Confessioni di S. Agostino: “Volo ut sis (voglio che tu sia quello che sei)”

 Lettera:

Sono un ragazzo di 17 anni, sono di un piccolo paese della provincia di Caserta, e sono omosessuale. Da un paio di mesi vivo una storia con un mio coetaneo che mi appaga e mi rende felice, mi regala una serenità e un senso di completezza che davvero non credevo di poter trovare. Per strane alchimie di persone e di casi, e per la mia stessa natura, sono cresciuto sempre privo di quei condizionamenti e di quei tabù che sono soliti ossessionare i ragazzi che hanno le mie inclinazioni sessuali. Mi sono distaccato dalla religione cattolica (“seconda madre” di noi italiani) in età preadolescenziale, e ho riconosciuto e accettato la mia natura con la consapevolezza e la fermezza d’animo fornitemi dalla fiducia che ho nel mio istinto. Poco tempo fa, spinto da situazioni che si facevano pesanti, per amor del vero e odio della menzogna, ho confessato ai miei genitori la natura e il carattere delle mie pulsioni sessuali. Mi sono sentito in colpa per non poter dare ai miei genitori quello che nel mio piccolo microcosmo di provincia un figlio dà alla madre e al padre. Mi sono sentito in colpa per aver privato i miei genitori di vanti e discussioni nei salotti abbienti sulla compostezza della ragazza che ha trovato il loro figlio, sulla grandezza della casa che stanno costruendo per lui, sulla graziosità e sull’intelligenza dei loro nipotini. Piaceri effimeri ma, ahimè, importanti in questi ambienti di bigottismo suburbano. I miei cercano di accettarmi, ma benché facciano discorsi che mostrano quella che qualcuno chiamerebbe una apparente “apertura mentale”, traspare il loro disagio per la strana situazione. Avverto che sono combattuti tra i canoni e i modelli delle tradizioni, e quelli del “secondo libero amore” della nostra epoca. Le loro parole nascondono una desolazione che mi commuove e mi rattrista. La nuova morale dell’epoca contemporanea ci impone di fingere di saper mettere da parte i pregiudizi e i vecchi concetti del cattolicesimo bigotto. In realtà quello che fa la maggior parte delle persone è coprirli di una coltre di menzogna felice, che viene spazzata via dalla prima ventata di vissuto. Grazie Lettera firmata.

 Risponde U. Galimberti

La colpa è una cosa seria che chiede riparazione, il senso di colpa è una cosa inutile che nasconde una malcelata onnipotenza. Sottintende infatti che se mi fossi comportato in un modo piuttosto che in un altro, quel determinato evento non sarebbe successo, per cui, in un certo senso, tutto dipende da me. Troppo bello o troppo ingenuo. Quel che dalla sua storia si evince è che lei ha un sentimento davvero delicato verso i suoi genitori e, da parte loro, non godere di questa delicatezza densa di affetto è una vera e propria perdita di sentimento, sacrificato a una aspettativa non rispettosa della sua identità, a proposito della quale è bene ricordare che il legame affettivo tra persone dello stesso sesso è sempre esistito in tutte le culture, e interpretato in alcune come evento naturale, in altre come evento contro natura. Siccome la natura, come ci ricorda Eraclito, “ama nascondersi”, l’accettazione o la condanna dell’omosessualità sono fenomeni culturali. Nell’antichità l’omosessualità non era un problema, perché l’attenzione non era rivolta all’atto sessuale ma all’amore tra persone, che trascendeva il sesso, perché includeva dimensioni culturali, spirituali, estetiche. Questa mentalità proseguì per tutto il corso del medioevo fino al 1500 quando, con la Controriforma e la difesa della cattolicità da islamici ed ebrei, prese avvio la condanna e l’esclusione dell’omosessuale, che a questo punto diventa il sintomo della cultura dell’intolleranza. Con la nascita della medicina scientifica nell’Ottocento, l’omosessualità da “peccato” divenne “malattia”, e a dar man forte a questa impostazione contribuì anche la psicoanalisi la quale, pur riconoscendo che nessuno di noi è relegato per natura in un sesso, perché l’ambivalenza sessuale, l’attività e la passività sono iscritte nel corpo di ogni soggetto, non esitò a leggere nell’omosessualità un arresto dello sviluppo psichico. Non più un vizio e quindi un peccato come per la religione, ma un handicap. Quando poi la storia prese a trescare con i deliri della razza pura, con questo supporto scientifico gli omosessuali fecero la fine degli handicappati, degli ebrei e degli zingari. Adesso siamo in attesa del verdetto della genetica che, quando l’avrà individuata, non mancherà di dire la sua parola, che verrà fatta propria da chiese e legislazioni omofobe, a conferma delle proprie posizioni ideologiche o di fede. Che dire a questo punto? Che la storia è piena di giudizi e pregiudizi e che a governarla non è tanto la natura dell’uomo, quanto la sua cultura, che non rifiuta il riferimento alla natura quando questo dovesse servire a fondare le sue norme etiche e giuridiche. Ne consegue allora che ha ragione Platone là dove dice, a proposito dell’omosessualità, che il vero problema non è il sesso, ma piuttosto la democrazia. Scrive infatti Platone nel Simposio (182 d): “Ovunque è stabilito che è riprovevole essere coinvolti in una relazione omosessuale, ciò è dovuto a difetto dei legislatori, al dispotismo da parte dei governanti, a viltà da parte dei governati”.

 Umberto Galimberti – Se l’amore è messo all’indice

 Tratto da “la Repubblica”, 30 ottobre 2004

Il legame affettivo tra persone dello stesso sesso è sempre esistito in tutte le culture e interpretato in alcune come evento naturale, in altre come evento contro natura. Siccome la natura, come ci ricorda Eraclito, “ama nascondersi”, l’accettazione o la condanna dell’omosessualità sono fenomeni culturali. E siccome la cultura è più abile della natura a imbrogliare le carte, seguiamone i trucchi, le sofisticate giustificazioni, i nobili intenti. Platone è il primo ad avanzare l’ipotesi che a discriminare l’omosessualità non sia la natura ma la legge, e perciò scrive che: “Ovunque è stabilito che è riprovevole essere coinvolti in una relazione omosessuale (letteralmente: “Soddisfare gli amanti, charizesthai herastais“) ciò è dovuto a difetto dei legislatori, al dispotismo da parte dei governanti, a viltà da parte dei governati” (Simposio, 182 d). E a partire da qui Platone lega l’accettazione dell’omosessualità alla democrazia.

Ho citato l’espressione greca perché il termine “omosessualità” non esisteva nella Grecia antica e neppure nell’antica Roma, nonostante altri termini per atti e preferenze sessuali molto meno marcati e distintivi della dicotomia, così ovvia per l’età moderna, tra omosessuale e eterosessuale, abbiano origini greco-latine, come: pedofilia, incesto, feticismo, fellatio, cunnilinguus e via dicendo. Nell’antichità l’omosessualità non era un problema, perché l’attenzione non era rivolta all’atto sessuale, ma all’amore tra persone (charizesthai herastais) che poteva trascendere il sesso, perché capace di includere dimensioni culturali, spirituali ed estetiche. Questa era la ragione per cui il legislatore attico Solone considerava l’erotismo omosessuale troppo elevato per gli schiavi, ai quali, per questo, andava proibito. Lo stesso motivo ritorna nella letteratura islamica sufi, dove la relazione omosessuale è assunta come metafora della relazione spirituale tra uomo e Dio.

 Di estetica, cultura, spiritualità, coraggio e forza gronda l’erotismo di Achille con Patroclo, di Socrate con Alcibiade, e a Roma di Adriano con Antinoo, a cui, dopo la morte dell’amato, l’imperatore dedica un oracolo a Mantinea, decreta giochi ad Atene, Eleusi e Argo che continuarono ad essere celebrati per più di 200 anni dopo la sua morte. Tutto ciò era possibile nel mondo antico perché ciò che si celebrava nell’erotismo omosessuale era l’amore che non escludeva il sesso, ma non si concentrava sul sesso e non elevava il sesso a sintomo. Questa tendenza non fu interrotta nell’alto Medioevo, per cui imputare al cristianesimo la condanna dell’omosessualità non è del tutto corretto. Un manuale per i confessori del VII secolo assegnava un anno di penitenza ad atti impuri tra maschi, 160 giorni tra donne, e ben tre anni a un prete che fosse andato a caccia. Le gerarchie ecclesiastiche fino al Concilio del 1179 non consideravano l’omosessualità un problema che meritasse una discussione. Anselmo d’Aosta, poi elevato agli altari, poteva avere relazioni amorose prima con Lanfranco, poi con una serie di suoi allievi, a uno dei quali, Gilberto, dedica un intero epistolario dove leggiamo: “Amato amante, dovunque tu vada il mio amore ti segue, dovunque io resti il mio desiderio ti abbraccia. Come dunque potrei dimenticarti? Chi è impresso nel mio cuore come un sigillo sulla cera, come potrà essere rimosso dalla mia memoria? Senza che tu dica una parola, sai che io ti amo. E nulla potrebbe placare la mia anima finché tu non torni, mia altra metà separata”.

 Fino al XII secolo la teologia morale trattò l’omosessualità, nel caso peggiore, alla stregua della fornicazione eterosessuale senza pronunciarsi con un’esplicita condanna. Fu con le crociate del XIII e XIV secolo contro i non cristiani che prese avvio, come sempre càpita in ogni “scontro di civiltà”, un clima di intolleranza, non solo contro i musulmani, ma contro gli eretici, gli ebrei espulsi da molte aree d’Europa. Alle crociate seguì l’Inquisizione per stroncare magia e stregoneria, quando non anche scienza e filosofia. E in questo clima di intolleranza verso le deviazioni dalla norma della maggioranza cristiana, che si faceva sempre più rigida, furono coinvolti anche gli omosessuali e perseguitati come gli eretici e gli ebrei.

Ma il colpo di grazia, si fa per dire, in realtà di condanna definitiva dell’omosessualità, giunse nell’Ottocento con il nascere della medicina scientifica che, con il suo sguardo puntato esclusivamente sull’anatomia, la fisiologia e la patologia dei corpi, ha stabilito che siccome gli organi sessuali sono deputati alla riproduzione che è possibile solo tra maschio e femmina, ogni espressione sessuale al di fuori di questo registro è patologica. Fu così che l’omosessualità da “peccato” divenne “malattia”, e la psicanalisi nata dalla cultura medica, dopo aver indicato nell’Edipo il giusto “verso” dello sviluppo psichico non le rimase che segnalare l’omosessualità come “per-versione”. Riconobbe che ciascuno di noi non è relegato “per natura” in un sesso, che l’ambivalenza sessuale, l’attività e la passività sono iscritte nel corpo di ogni soggetto, ma dopo il riconoscimento, non esitò, dopo aver coniato il nome, a collocare l’omosessualità nel mancato sviluppo psichico. Non più un vizio come per la religione, ma un handicap.

Quando poi la storia prese a trescare con i deliri della razza pura, con questo supporto scientifico gli omosessuali fecero la fine degli handicappati, degli ebrei e degli zingari. Adesso siamo in attesa del verdetto della genetica che, quando l’avrà individuata, non mancherà di dir la sua parola che verrà fatta propria da chiese e legislazioni omofobe, a conferma delle proprie posizioni ideologiche o di fede. Che dire a questo punto? Che la storia è piena di giudizi e pregiudizi e che a governarla non è tanto la natura dell’uomo, quanto la sua cultura, che non rifiuta il riferimento alla natura quando questo dovesse servire a fondare le sue norme etiche e giuridiche. Ne consegue che allora ha ragione Platone là dove dice, a proposito dell’omosessualità, che il vero problema non è il sesso, ma piuttosto la democrazia.

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