LA STORIA DI BAIRO

Pubblicato: 30 novembre 2010 in Ambiente-Animali

 Il seguente racconto di profonda sensibilità, proviene dal sito

www.bairo.info

Ve la descrivo con un goffo ma sincero tentativo di rievocare un passato che non ritengo giusto lasciar cadere nell’oblio, perché tanti, troppi miei fratelli lasciano questa vita senza conoscere una carezza………………….

Mi chiamo BAIRO, ovvero mi hanno chiamato BAIRO.

Sono un povero randagio deluso dall’uomo e da tutto ciò che ne deriva.

In questo mondo virtuale, mi è stato consentito di creare una pagina tutta mia, dove cercherò di trasmettere il mio amore senza vanità e senza orgoglio, spero ci sia qualcuno che recepisca i miei messaggi, ma soprattutto che capisca quanto sia triste essere solo e abbandonato come me.

Sono nato in una sera d’inverno nei pressi di un deposito della spazzatura. Eravamo cinque fratelli. Un passante che ci vide, ci procurò uno scatolone, dove ad uno ad uno compresa la mamma ci porse delicatamente.

Serviva perlomeno a ripararci dal freddo e a farci stare più stretti e vicini anche quando la mamma ci lasciava soli per andare a procurarsi un pò di cibo. I giorni passarono lentamente. Cominciammo a camminare, la mamma, durante una delle sue assenze quotidiane non ritornò più. Due miei fratellini, mentre si rincorrevano, vennero travolti da un’auto. Soffrii molto, anche perché rimasero molti giorni senza vita sul ciglio della strada straziati. La mamma non tornò più.

Io più triste che mai cercavo di infondere coraggio all’unica sorellina rimasta, ma un giorno qualcuno arrivò, ci guardò e se la portò via. Rimasi solo, completamente solo. Per dimenticare la mia povera famiglia, decisi di allontanarmi. Chissà forse io sarei stato più fortunato! Coraggio! mi dicevo.

Durante il mio cammino ricevetti molti calci, bastonate, senza sapere il perché, ma a volte qualche timida carezza ricompensava tutto il male che mi facevano. Capitava spesso di incontrare dei poveri randagi come me ed allora riuscivo a sfogare la mia voglia di gioco con qualche pallina dimenticata per strada. Ritornava poi tutto come prima ed io vagabondavo in cerca di qualche tozzo di pane, di un piccolo gesto d’affetto. A distanza seguivo uomini, donne, bambini, con la speranza che mi degnassero di uno sguardo, ma un giorno, stremato, dietro un cespuglio vidi avvicinarsi piano piano un uomo che con gesti prevenuti mi chiamava a fischi intermittenti. Alzai lo sguardo. Che ho fatto di male? pensai io. Anche se stanco e affamato riuscii a a muovere la coda, per fargli capire di non aver paura, di accarezzarmi. Come ti chiami? mi disse. Nel pensiero risposi che mai avevo avuto un nome. Bairo!, ti chiamerò Bairo . Fiducioso lo seguii. Arrivammo a destinazione. L’uomo mi fece cenno di accucciarmi accanto a lui, prese una bottiglia di vino e se la scolò. ” D’ora in avanti anche se non sei grosso farai da guardia alla mia baracca” mi disse. Mi accompagnò in un angolo buio al di fuori di quella catapecchia, mi legò con una misera catena ad un palo e dondolante replicò: “Buonanotte Bairo “. Trascorse la notte, la catena troppo corta non mi permetteva di stendermi nella mia desiderata posizione. Avevo fame, avevo sete, pioveva a dirotto… fortunatamente una pozzanghera vicino a me consentiva di dissetarmi. Il giorno seguente l’uomo si presentò con un collare di metallo arrugginito, dove vi era inciso il nome Bairo. Ero ricco, avevo un collare, avevo un padrone e avevo anche un nome. Divorai avidamente degli avanzi che mi porse su di un pezzo di carta. Così legato, sentii nei giorni a seguire la mancanza della mia seppur triste libertà perduta, ora sono molto più solo. Una notte a fatica a furia di forti scossoni, riuscii a liberarmi. Libero, ero tornato libero! Corsi verso l’uscita e me ne andai nel buio della notte. Vagabondai nuovamente, venni travolto di striscio da un’auto, zoppicavo, sanguinavo. Ad un tratto si fermò accanto a me un vecchio furgone, ne scese un grosso uomo con grossi guanti e con una rete, che avvantaggiato dal fatto che ero ferito riuscì a gettarmela sopra. Mi caricò sul furgone, non ero solo, altri randagi, disgraziati come me impauriti aspettavano di conoscere il loro destino. Arrivammo a destinazione. Con lunghi bastoni ci fecero scendere e ci indicarono delle anguste celle con fitte inferriate. In gruppo di quattro entrammo. Ma che avevo fatto di male per meritarmi tutto questo? Trascorse un anno. Un giorno d’inverno davanti alla mia cella una donna con un bimbo mi guardarono intensamente. “Decidi, ora sei qui, uno vale l’altro, tu scegli ed io te lo regalo” Il bimbo si avvicinò alle sbarre per guardare l’unica cosa che mi era rimasta: il collare che indossavo. “Bairo ” disse, “si chiama Bairo , e voglio lui. Mi ritrovai meravigliosamente in una immensa casa, che non avevo mai avuto. Trascorsero pochi mesi i miei nuovi padroni mi accolsero all’inizio come un intruso, ma a poco a poco si abituarono. Il bimbo nei momenti di gioco si divertiva a tirarmi la coda o a stritolarmi le orecchie. I miei guaiti facevano accorrere la donna che mi rimproverava sferrandomi calci. “Ma che importa, passerà” mi dicevo. In fondo avevo cibo e acqua, ma soprattutto una casa e una famiglia. Arriva l’estate, sento grande agitazione quel giorno, ma io me ne sto accucciato in un angolo sollevando lo sguardo ogni qual volta pronunciano il mio nome. Mi alzo di scatto e come se prevedessi qualcosa esito nell’ubbidire all’ordine che mi viene imposto. Rimango immobile, il bimbo si avvicina e mi aggancia il guinzaglio. Esco di casa con la mia famiglia saliamo in auto. D’un tratto mentre transitiamo nei pressi di una strada non poco trafficata, l’auto si ferma di colpo, sento una spinta, cado rotoloni sull’erba, uno stridio di gomme e l’auto che parte a tutta velocità, lasciandomi nuovamente solo. Il mio destino è quello di essere RANDAGIO!

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